Lo stato dei luoghi: Pistoia, Agliana, Montale, Quarrata, Prato e Montemurlo – i loro abitanti, la loro vita

  • 3 mesi fa


In questo articolo condividiamo alcune considerazioni soggettive sulle nostre zone di vita quotidiana.


Negli anni del dopoguerra abbiamo assistito a una crescita importante del tessuto produttivo e, di conseguenza, alla realizzazione di molte nuove edificazioni. Le famiglie potevano finalmente aspirare a una vita migliore rispetto a quella dei loro genitori: costruirsi la propria casa, andare in vacanza, fare progetti.


Gli ampi spazi verdi del Pistoiese hanno favorito lo sviluppo fisiologico di molte attività familiari nel settore vivaistico, mentre nel Pratese, grazie alla presenza di una risorsa idrica preziosa come il fiume Bisenzio – con le sue numerose gore – sono nate e fiorite attività di lavorazione e riciclo delle fibre tessili. I territori di Agliana, Montale e Montemurlo sono stati naturalmente coinvolti in queste filiere produttive, mentre nel Quarratino i mobilifici hanno raggiunto una rilevanza di respiro nazionale.


Questi settori trainanti hanno alimentato un ampio indotto di attività terziarie, contribuendo a generare ricchezza economica e benessere sia personale che collettivo.


Negli anni Novanta e Duemila abbiamo assistito a un primo, significativo ridimensionamento delle attività principali, dovuto alla crescente competizione internazionale, al passaggio dalla lira all’euro e alla mancata costruzione di forme solide di collaborazione imprenditoriale. Pensiamo, senza fare nomi, ai grandi consorzi che altrove hanno fatto la differenza – il consorzio del formaggio, quelli vitivinicoli, il consorzio del prosciutto – realtà che hanno saputo proteggere e valorizzare i propri territori. Fare parte di un consorzio richiede la disponibilità iniziale a investire tempo e denaro, accettando anche di rimetterci nel breve periodo, in cambio di prospettive future in cui l’unione fa la forza. Questa lungimiranza, purtroppo, non ha trovato terreno fertile nelle nostre zone.


Una menzione particolare merita la generazione che ha vissuto il periodo della seconda guerra mondiale: persone portatrici di valori etici solidi e incorruttibili, non inclini a compromessi opachi o artificiosi. Sono stati loro, rinunciando ai consumi immediati, a rendere possibile per figli e nipoti l’accesso alla proprietà immobiliare con oneri finanziari più sostenibili.


Dal 2008 – anno della crisi finanziaria e immobiliare – a oggi molto è cambiato, e non in meglio. È mancata una visione progettuale dall’alto, in particolare nel campo delle energie rinnovabili. Il tessuto produttivo della piana si è progressivamente disgregato: fatta eccezione per alcune grandi imprese che hanno saputo crescere e consolidarsi, abbiamo assistito a un continuo ricambio di piccole realtà artigianali, incapaci di reggere il peso crescente di costi, tasse e obblighi normativi.


Eppure le piccole imprese artigiane sono state – e restano – la nostra vera forza produttiva. Resilienti per natura, non si arrendono di fronte alle avversità: si adattano, trovano nuove risorse, spesso escono dai momenti difficili più forti di prima. Ma oggi anche questa resilienza rischia di non bastare. E questo, purtroppo, è forse il segnale più preoccupante di tutti.


Ciò che nessuna crisi ha saputo intaccare è il senso di appartenenza a questi luoghi. La cultura del lavoro ben fatto, la capacità di arrangiarsi, il legame con il territorio sono valori che resistono al tempo e ai mercati. Forse è proprio da qui – dalla riscoperta di ciò che siamo stati – che può nascere la consapevolezza di ciò che possiamo ancora diventare.